i racconti del sé, ricordi

Staccai quei fili

Uno.
Ed ecco il secondo.
Due starnuti uno dietro l’altro, nel buio sul divano. Con voi ma per un attimo sola. Tutto è silenzio. Solo respiro e silenzio.
Tre. Quattro. Il gelo mi sta conquistando e non rispondo più di me. Poi un salto, breve, piccolo, chiarissimo. E da lì quel ricordo: lei, la mia zuppa. Buonissima. Banale forse, semplice, rapida e tanto preziosa.
L’unica cosa davvero mia, in quel mare di dettami ed ipocrisia nascosta.
Un caldo pieno di conforto e sapore e la cucina quella sì che sembrava un fumetto. Trovavo il tempo di appannare i vetri e di attendere l’emozione nascosta dietro ad un pensiero quasi nuovo, quasi vero, pensando che il resto fosse tutto così lontano, così altamente non mio.
Trovavo il tempo di sentirmi piccola e completamente inadeguata.
Trovavo il tempo di scusarmi con l’ingenuo assassino, servendogli il mio silenzio.
Prima due mani, poi quattro ed ancora due.
Non più di tre stanze, muri di un solido verace eppure tutto camuffato dietro ad un finto perbenismo, tra muffa e inganno.
Mi sentivo finta. Mi sentivo manovrata.
Leggera di una decina d’anni, pensavo ancora che un giorno sarei stata capace di scartare quella confezione di cera liquida e preparare candele per bene, educate e composte, al sapore di casa e legno, al gusto preferito dagli altri.
Mani su mani, zuppa dignitosa, conquista di sapori nella semplice accettazione…
Ancora non sapevo di vivere nell’alveare della pura menzogna.
Un soffio d’oro e quel prurito ai piedi mi hanno riportato qui, alla fine del salto, tra muri reali, nel corpo che mi appartiene e libera persino di aver paura di perdere ciò che poi un giorno morirà.
Acqua, verdure e poca presunzione.
Come vincere una scommessa a mani basse. Come gridare amore a chi ti ha scelto. Come dire “chi l’avrebbe mai detto” ad un sordo di emozioni.
Mi basterebbe tornare di fronte a quel fornello e attendere l’arrivo della finestra appannata per lasciar correre il mare e buttarvi tutto l’oro di quel fintissimo mondo per vedere finalmente sfamato quell’insaziabile e sporco tiranno dal quale, con destrezza e baci inaspettati, mi hai salvata.

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