gocce, i racconti del sé, ricordi, Riflessioni

un granello di sabbia e cinque lire a farmi grande

 È successo che uscendo di casa dopo pranzo, per andare a prendere mio figlio a scuola, l’ho riconosciuto ed è stato incredibile, surreale.

Era proprio lui, l’odore della vecchia casa al mare, della mia infanzia, dei miei capelli sempre corti e dei miei cugini biondi. L’odore delle vacanza e delle meraviglie tanto soggettive quanto preziose di Ladispoli.

Da maggio a fine luglio ci si stanziava lì, in quel terzo piano di tanti sogni fa, tra odore di sale delle lenzuola in risveglio e le tapparelle semi chiuse color Mai, poco distanti dal lungo ed affascinante balcone infuocato. Tra una cassettiera nuovissima e al contempo vecchissima e 4 giochi ben selezionati, compreso Barbaforte e Paperino, si completava la nostra casa, bella da morire quanto cieca.

Il numero dei partecipanti alle mie estati era variabile e variopinto ma due certezze non mi mollavano: la prima era la presenza costante e benedetta dei cugini Marina e Stefano, la seconda erano mamma e papà da conservare come ricordo a lunga conservazione, ben distanti e silenziosi per mesi, da me. Ogni anno era così. Ogni anno andavo spaccata a metà, tra felicità e tristezza forte, tra onde e silenzio assordante.

Si partiva con zia Gina, la zia bionda del nord, la zia che a pensarci bene, ora, a gestire da sola tre bambini ed eventuali adolescenti non la si può non ricordare come una coraggiosa condottiera del Mondo, molto poco casalinga ma tanto unica nella gestione del tutto.

Le regole del gioco erano: non vi sporcate, ricordatevi di andare in bagno ma veloci che si fa tardi, niente sabbia in casa, niente mancanze di genitori, niente richieste, niente pizza bianca, niente bagno al mare per le prime tre ore dopo avere mangiato (che fosse un pasto completo o un’albicocca), niente grassi nei dintorni, niente gelato, niente “ti prego!” ma solo sveglia alle sette, veloci a lavarsi, vestirsi, lamentarsi mai se non mimando, mangiare frutta frutta e ancora frutta e via: lo stabilimento Nettuno di Ladispoli non aspettava.

Secondo ombrellone a partire da destra, terza fila, poca crema solare, culi rossi, pronti a preparare la pista per le biglie, asciugamani pesantissimi, enormi, inutili, da stendere con cura a terra in silenzio e sabbia che dopo le ore 18 doveva sparire del tutto, quasi magicamente, dai nostri corpi e dalle nostre intenzioni.

Lo stabilimento era nostro. Dall’alba al tramonto. Che vi fosse sole o ombra. Che vi fosse alta marea o tavola blu. Che fossimo in piena forma o con febbre, che fossimo in vena o in procinto di fuggire. Che fossimo noi o le nostre paure. Ladispoli ci apparteneva, stringendoci forte.

E generalmente si usciva di casa da soli, noi tre, stando ben attenti ad attraversare la stradina che divideva il bar della piazza dal negozio di passeggini, vicino alla meta. E quel marciapiede che aveva un suono oltre il bello. Un suono da bambini grandi, in missione. Felici. Davvero.

Età e caratteristiche dei partecipanti alla spedizione:

Marina, cugina bionda, capelli lunghi, un’acciuga ad oggi ancora bellissima e tanto mamma dentro. Lei tre anni più di me. Lei dolori e gioie da insegnare senza remore. Lei odore di sorella. Lei e l’avermi insegnato a giocare anche con sacrificio là dove richiesto. Lei bellissima (l’ho già detto?) Ma soprattutto lei bionda e tanto mia.

Claudia ovvero io. Tre anni meno di Marina, cicciottella verace o meglio, quasi tutta panzotta. Piuttosto goffa, piena di lividi, decisamente più bianca degli altri, nei a non finire. Mora mora maledettamente mora con capelli quasi a zero. Scostante al latte della colazione e le fette biscottate con la marmellata senza burro. Seria ed arrabbiata con mia madre. Seria e furibonda con i suoi mancati abbracci. Seria e tanto più grande di quanto non meritassi. Seria e maledettamente perfetta per quel sin troppo sinuoso contesto. In spiaggia semi nuda perché “sei piccola e il sole ti fa bene” (ma perché???) Felice di avere Marina come protezione assoluta. Innamorata persa di Stefano ovvero del fratello/miglior amico che avrei sempre voluto.

Stefano, fratello di Marina, tre anni meno di me, sei meno di lei. Primo figlio maschio dopo tre figlie femmine tutte bionde, bellissime e super intelligenti. Anche lui biondo. Bello da rimanerci stecchiti. Occhi blu e tenacia da spavento.

Conoscevamo bene la strada verso lo stabilimento e sapevamo perfettamente come arrivare intatti in spiaggia. Eravamo grandi. Grandissimi. Con le nostre sacche piene di domande.

Zia Gina ci raggiungeva sempre più tardi. Lei, la sua voglia di sano ovunque e la sua piccola busta di pere verdi e un litro di acqua (benedetta e tanto sognata) che doveva bastarci per tutto il giorno. E guai bere da sudati. Guai!

La ricordo con il giusto affetto di chi, con il tempo, ha capito cosa significa il sentirsi troppo soli. Lei sapeva amarci perché ci lasciava sperimentare. Ci lasciava provare. Ci lasciava spesso lì. Soli. Noi tre, la sabbia nera e il lontano mare salatissimo e poco educato. Noi tre, senza gelato ma con tante pere verdi a disposizione.

Ti ho amato, mare mio. Ti ho amato dai 4 ai 12 anni ovvero durante le nostre estati insieme. Ti ho amato e profondamente odiato. Tu che mi davi tutto e niente, tu che mi tenevi lontano dalla madre mora, tu che mi hai concesso sogni buoni. Ti ho ricordato tante volte. Ho sentito la sabbia nel costume piccolo e rosso. Ho ricordato quel senso di famiglia che non mi apparteneva ma che potevo plasmare nello stomaco quasi a farla mia. Ti ho sentito tra le onde di quel mare blu e il suono delle ciabattine sul marciapiede a mattonelle rosse, piccole e lucide.

E ti ho ritrovato. Dopo pranzo. Uscendo di casa. Di colpo. Ero lì. Con Marina e Stefano. Con le nostre età indefinite, con i capelli pieni di sabbia, con l’abbronzatura a chiazze, con l’odore di pizza del negozio sotto casa, con l’ascensore che andava a 5 lire che, se ci ha detto culissimo, abbiamo preso tre volte in tutta la vita, come premio per qualche male fatta non fatta o semplicemente perché veniva a trovarci zia Filomena che lei le scale proprio no!

È successo che sono uscita di casa per andare a prendere Matteo e tutto questo mare mi è tornato addosso.

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Discussione

3 pensieri su “un granello di sabbia e cinque lire a farmi grande

  1. Che belli questi ricordi. Mi sembra di vedervi, mi sembra di vedere questo posto mai esplorato. Brava.

    Piace a 1 persona

    Pubblicato da Simone, quello di @purtroppo | 31 luglio 2015, 14:53
    • Sono ricordi che ogni tanto tornano più vivi del presente. E questo mi rende felicissima e al contempo preoccupata. Tre bimbi grandi, tre monelli. Tre esploratori. Due biondi e una mora. Tre che a vederne oggi anche uno così si potrebbe rimanere perplessi 🙂
      Grazie Simone!

      "Mi piace"

      Pubblicato da Mumaclo | 31 luglio 2015, 18:39
  2. Ricordi così sono da tenere per mano, sempre
    Non ti perderai mai
    Bellissimo spaccato di un età d’Oro con le cinque lire davvero Preziose
    Un abbraccio da Mistral

    Piace a 1 persona

    Pubblicato da ombreflessuose | 2 agosto 2015, 18:16

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