gocce, Le parole dell'occhio, Riflessioni

Al bar

C’è gente, come me, che dovrebbe vivere in un bar. Non tutto l’anno ma in specifici periodi sì. Tipo d’estate, tipo ora, tra le 6.45 e le 8.13 di mattina. Quando è giorno per modo di dire.

E’ quello il luogo giusto e l’ora giusta per rimandare, seppur momentaneamente, tutto il resto. E’ quello il momento in cui, persino io, se sono brava, riesco ad aprire almeno due/tre chakra e mi sento dietro le quinte, più leggera, più alla cacchio. Direi più giusta e pure in gamba. Gajarda sì, hai detto bene.

Mettici il fresco dell’ora, le poche anime in movimento, le voci basse, gli sguardi in risveglio. E mettici anche quel leggero sottofondo di musica anni ’80 che vacilla tra una cassa mai scovata ed un pavimento che sa di varichina e schedine menzognere. Serve tutto, anche l’odore non classificabile della varichina per sentirsi meglio. Direi fondamentale, a quell’ora.

I bar si amano, soprattutto dalle 6.45 in poi, dove in pochi parlano ma chi ne ha il coraggio sembra lo faccia solo in quel momento della giornata. E tu, ancora spettinata e sorridente, capti discorsi mai privati, mai diretti solo a qualcuno, come se quella parte di mondo presente abbia, ogni mattina, l’onere e l’onore di ascoltare determinate realtà, tipo: “A Gi’, quanno uno c’ha n’età, nun se dorme più. Non c’è niente da fa’. E pensi e ripensi e te giri e ripensi e allora sai che c’è? Aspetti che arivi armeno ‘n’ora degna de esse’ chiamata tale e te arzi, che tanto a letto che ce stai a fa’ se nun poi dormi’ e continui a suda’?”. Perché Mario lo sa che la notte a lui non “je piace più da dormi’” come quando era giovane e avrebbe voluto fare solo quello, magari in compagnia di un culo nuovo con cui sudare degnamente e di un par de mille lire dentro al cassetto del comodino per mettere su casa e famiglia, verso gli ancora lontani 25 anni di età. A lui, non piace più dormire, perché solo chi non sa pensare, dorme. Gli altri no. Gli altri, come lui, s’aggrovigliano lo stomaco e stanno lì, a stringere cuscini come fossero essi stessi i pensieri più bastardi de “’sto mondo” e più sono bastardi e più ti schiaffeggiano e diventa quasi impossibile addomesticarli. Perché i pensieri non hanno cultura, luogo e dialetto. Non hanno educazione e tanto meno rispetto. E mica stanno zitti se tu provi a dormire! Perché tra di loro si sbranano, si parlano addosso e non si ascoltano. E non ti ascoltano… Perché loro hanno bocca ma non orecchie. E “meno de così” non potrebbero fare. E allora “te arzi”, magari mandando a quel paese tutto, con il gesto della mano più antico del mondo e stai seduto quei dieci secondi sul ciglio del letto. I dieci secondi di mezzo buio, di semi ricognizione, dove i pensieri stessi si spengono per un attimo perché sanno che stai per uscire e non te li fili più. Perché stai andando a bere illusioni per distrarti. “Azzittateve n’ attimo”. Giusto questo gli puoi mimare. Ma solo se ti alzi. E Mario lo sa. E lo so pure io.

Così prendi il cane, che non vede l’ora di uscire con te, anche di notte, e scendi. Scendi al bar. Scendi e lasci che quel caffè bollente, quasi bruciato, acido ma di sostanza, mandi a quel paese il reale che ti aspetta fuori e te ne freghi di tutto e stai lì. Stai lì, con Gino che ha più pancia che capelli e con Mario che non si stanca mai di dirti che niente è sbagliato, “Manco fuma’ alle 7 de mattina”. Perché lui fuma. E forse fuma da quando è nato e uno come lui non poteva chiamarsi in modo differente per vivere la vita come te la racconta. Ed io non ho ancora capito che lavoro fa Mario ma ho capito quanto mi fa bene incontrarlo, soprattutto quando mi gira tanto. Mario fa bene a me e fa bene a Gino e fa bene pure alla signora incazzata a cui s’è fermata la macchina alle 7 passate di mattina ed entra per comprare il biglietto dell’autobus, che neanche sa quanto costa, in un giorno dove “te se ‘ncolla l’asfalto sotto le scarpe se nun te sbrighi a torna’ a casa a beve l’acqua fresca de Roma, Signo’”. E magari è proprio questo il suo reale lavoro. Sì, Mario fa bene. Ecco che fa. E lui non c’è sempre ma c’è quando tu stai girata e non vuoi saperne più e ti sembra tutto assurdo e “che te rode, Ni’” e non vedi altro che la soluzione in un bar. Alle 6.45, con l’odore estivo della varichina. Tu, il bar, Mario, Gino, il bar, la signora incazzata, il bar, il cane felice, la gente che entra e che sa solo di sonno e di “me devo sbriga’, nun c’ho altro tempo da prede’ stamattina. Devo pure anna’ alla posta”. Alla posta. Ma Mario ce va alla posta? Forse no, ma Gino sicuro sì, perché la pensione tocca sudassela, pure se fa caldo, tra una coda disordinata e la puzza di chi non s’è mai lavato prima delle 7 de mattina.

 

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Il tutto e il niente

Discussione

5 pensieri su “Al bar

  1. Immagina la stessa scena, solo al freddo di gennaio e in un bar dove l’idioma è milanese. Eccoti qui, nel mio di bar. Stessa ora, più o meno. Qui è una grappa o un bianco alle sette di mattina, gli omini della spazzatura, i camionisti sudati d’inverno.
    Sai che c’è Muma? Che in quel bar a volte ti ci lasci affondare, ti ci lasci come sospesa in aria, tu sei l’aria…e queste microstorie di quotidiano piccolo ti mettono addosso una tenerezza infinita, che ti ci fa sentire appiccicosa con quella gente, come se fossi la stessa pasta collosa di brioche zuccherata. E ti ci fa sentire amara come il caffè acido e ustionante che ingoi, domandandoti che fatica è questa vita per loro, per te. E alla fine ti allarga un sorriso, che vedi loro che vanno, e te che vai, incontro al giorno che, nonostante tutto, contiene una promessa.

    Liked by 1 persona

    Pubblicato da lucilontane | 26 luglio 2016, 16:47
  2. quando mi coglierà l’insonnia mi consolerò pensando che so pensare 🙂

    Liked by 1 persona

    Pubblicato da LaLetteraVi | 26 luglio 2016, 17:59

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