Riflessioni

La caramella al caffè.

Se penso a quando ero piccola mi sembra di raccontare di un’altra vita. Di una vita forse non mia. Di certo so che basta poco, per ritornare a ricordare. Che sia un racconto, che sia un oggetto che si renda portale.

Come quando un giorno qualunque, al parco, mi offrono una caramella al caffè, una di quelle che non mangiavo da tanto tempo. Come quando oggi ne ho mangiata una. Lentamente. Ed è nato il ricordo.

I miei occhi di quando ero una bambina di circa 8 anni e le domeniche d’autunno. Una bambina morbida di ciccia e timidezza, mai troppo bella, spesso sola, ancor più spesso silenziosa.

Mia madre, quasi sempre nervosa che, in parannanza e capelli legati, sistemava una casa mai stata troppo sua, trattenendo silenzi, ragioni e dissenso.

I nonni seduti in cucina, due alla volta, a guardare l’operato di tutti e a dire “bravo” a nessuno.

La nostra casa piena di corridoi e con un bagno solo. La vasca usata per fare la doccia perché 10 minuti a testa erano anche troppi. La mia camera con più letti del dovuto perché quello era lo spazio e la normalità. Il mio letto a scomparsa vicino a quello di nonna. I “vola, sbrigati a vestirti che è tardi, devo tirare su il tuo letto che impiccia e aprire le finestre!” Le colazioni inesistenti. I giochi in scatola da due o più giocatori, che avevo imparato ad usare da sola. Il sole della mattina, sempre splendido. La mano di papà nella mia. La poca grinta nel sentirmi esistente. Il colore poco chiaro del mio palazzo a dire di molti signorile. La luce nell’androne.

Il civico 164, il giornalaio a destra, all’angolo della via, il Corriere dello sport, quello dei piccoli e le figurine di album mai finiti. La macchina da prendere in garage per fare benzina da Nunzio “che dopo pranzo chiude”, il pacco di pastarelle dopo la messa. La cucina, la tavola per impastare di mamma piena di farina e uova lavorate, i ravioli fatti in casa, il mio mangiare di nascosto il ripieno ricotta e spinaci, il pomodoro fresco, il vapore sui vetri delle finestre. Il caffè per la vicina che aveva sempre qualcosa da raccontare. Stefania che scendeva un attimo e mi veniva ad abbracciare.

La televisione in salone, forse mai inattiva, i telegiornali e le trasmissioni di pallone, la carta da parati con forme arzigogolate ed amiche, il divano in pelle marrone, i miei puzzle prima di pranzo, il tavolo lungo da sgomberare per apparecchiare, la tovaglia di una vecchia zia, la macchia di vino nascosta dal pane, le posate mai uguali, l’acqua, il vino e il disordine di un non volersene occupare.

Mio fratello e il suo Subbuteo che non si poteva toccare. Mia sorella, le sue telefonate e i “vai di là, lasciami parlare!” Il mio girare per le stanze e il balcone dentro vestiti bizzarri o semplicemente troppi grandi perché dovevano durare, i miei capelli corti, brutti e davvero poco femminili, da me non voluti ma necessari, perché ci si doveva sempre sbrigare.

Il giornale con papà letto dopo pranzo, quel film al cinema da cercare. Mamma che diceva “vedi di farla uscire un po’ ‘sta ragazzina che io ho da fare”, il suo annuire, il loro essere ignari di cosa io volessi realmente fare.

Poi mamma che ancora sistemava, amava e poco sorrideva. Papà stanco, pigro ma pieno di profumo e di “Nì, cosa andiamo a vedere?” Poi la 131 azzurra da parcheggiare, la fila per il biglietto, una sala piena di buio, il posto a sedere non numerato, il film già iniziato, le pop corn guadagnate e la bomboniera, tra il primo e il secondo tempo, da non farsi mancare.

Il cinema vecchio, le sedie di legno, papà che ogni tanto si addormentava a metà proiezione e io che vedevo questa come una cosa speciale perché magica, perché solo mia. Poi lo spettacolo che finiva e noi che rimanevamo per vedere la parte persa, perché una volta con un biglietto potevi vedere tutti gli spettacoli che volevi, comprando altre pop corn e respirando altra magia. Poi l’uscita con calma, il “devi fare la pipì Nì? Aspetta che va papà e torna subito”, la mia attesa ordinata composta e da troppo grande, il suo tornare, il coprirmi con decisione la gola “che ti vengono le placche”, il nostro passare a salutare i suoi amici Arcioni nella loro enoteca, aperta anche di domenica. Il mio assecondare. La commessa di turno e i suoi “vieni che ti do una caramella! Questa è nuova, allo zucchero e al caffè…”

E poi il tornare verso casa, il mio disegnare sul vetro appannato e fare le impronte con le mani, la macchina da dover riportare nel garage sotterraneo dove ogni volta ci veniva cambiato posto. Il garagista sempre pallido e i suoi ciclici e rassicuranti “capo lascia là che la sistemo io. Domani ti serve presto?”

E ancora le mani grandi e ruvide di papà, il suo “aspetta che vedo se a bottega è tutto in ordine”, lo scalino fuori il negozio dove mai ci si poteva sedere perché poi ci si sporcava il cappotto. I passanti che passavano distratti ma abbracciati, la chiesa in lontananza, il clima quasi mai sbagliato.

Poi ancora la casa, di sera. Mamma che ci aspettava facendo altro, sempre seria, sempre lei. Perché forse troppo stanca, perché forse aveva imparato ad amare così. La tavola ancora del pranzo, i suoi occhi da tutt’altra parte, tante voci, silenzi, giacche ovunque, l’aria pur sempre vera.

Nonna materna che mangiava troppo e camminava poco, nonno paterno che brontolava e chiedeva a tutti dove fossero il suo cappello e il bastone. Le pasticche per le ossa, le iniezioni della portiera, la sogliola lessa e quel mangiare sciapo che riguardava tutti.

La tovaglia ancora più macchiata e le briciole di pane ovunque. Il telegiornale, i risultati delle partite, i gol, i capelli di Paolo Valenti, l’odore di brodo, le frittelle di Mimma, la nebbia in molte risposte, “Indietro tutta”, la mia ansia nel non aver imparato la poesia per il giorno dopo, le conseguenze che sarebbero state solo ed esclusivamente mie, la camomilla di papà, le preghiere a letto e una serie sconsiderata e conclusiva di “quello che Dio vuole! E sempre così sia!”

… Era tutto lì. E sarà sempre tutto lì. Ogni volta. In quella caramella, sorella delle caramelle che ogni tanto, di domenica, rimediavo. Quella caramella spesso al caffè…

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Discussione

4 pensieri su “La caramella al caffè.

  1. Una sola caramella! E dopo questo oceano di vita?
    Non ti dirò che mi è piaciuto leggerti perché non di più, sono rimasto affascinato…Ero come un personaggio invisibile dentro il giorno che hai raccontato, dentro il cinema, dentro casa.
    Tutto sciorinato al sole, aperto, vero, comune e specialissimo assieme. Ho voglia di rileggerlo quindi adesso chiudo il commento senza dirti altro e rientro in quella tua vita. Si riflette in quella tua di adesso? Ma in fondo che importanza ha? Lascia una caramella anche per me.

    Piace a 1 persona

    Pubblicato da 不在 | 18 novembre 2018, 10:39

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