Riflessioni

Una (poco) giusta mezz’ora.

Ho giusto una mezz’ora per buttare giù qualche riga. Giusto non è detto che lo sia. Mezz’ora credo di sì.

Ci sono stati giorni, prima di questo, dove mi sono chiesta più volte (me lo sono chiesta davvero) di scrivere qualcosa ma, come spesso succede, ho scritto, sì, ma non qui. Ora, mentre butto giù queste tre righe, penso alle idee nate in giorni passati, che ho lasciato andare via. È un pensiero odioso, questo: lasciare che qualcosa di buono vada via senza lottare per trattenerlo, abbracciarlo, dare a questo qualcosa la giusta collocazione. Chiedo venia, pertanto, a tutte le cose che avrei voluto raccontare ma che ho illuso con tutti i miei “domani, promesso”.

Se non fossi stata così presuntuosa da pensare un racconto come eterno e avessi al medesimo allacciato strette le scarpe per correre dove avrebbe meritato, avrei sicuramente messo giù la storia di Vasile (chiamiamolo così), un senzatetto che gira con il suo bellissimo cane bianco nei dintorni del mio quartiere e del suo continuo dialogare con il suo quadrupede di quanto bella e disordinata sia questa città, così grande e poco organizzata e così tanto lontana dalle scelte brusche che da giovane si è visto costretto ad accettare.

Avrei anche parlato della signora che ha lavorato una vita nella profumeria accanto al macellaio Antonio (tanto non lo conosce nessuno con questo nome) e del suo non farsi più vedere in giro da quando Antonio stesso è andato in pensione. Pare che la signora sempre profumata e silenziosa, abbia risentito molto della mancanza di quel cappuccino offertole da una vita, con l’assoluta discrezione ed eleganza che distingueva il bravo Antonio. Talmente tanto da farla andare via. Ma niente, non vi ho parlato neanche di questo.

E tanto meno di Maria, la vicina di Anna (se sapessero che le chiamo così, me ne direbbero di tutti i colori) che, da quando ha imparato ad accendere il computer vecchio del figlio, si è messa a scrivere prima su word e poi a inviare e-mail a chi, come me, le ha offerto un indirizzo e promesso di non provare mai noia nel leggere i suoi racconti di infanzia, le sue sofferenze legate a vicende familiari, i trascorsi di un nipote poco fortunato che non ha mai conosciuto e gli insulti che vorrebbe gridare in piazza alla classe politica che poche volte sembra, in tutta la sua lunga vita, averla davvero aiutata.

Se poi avessi avuto la pazienza di far funzionare il mio portatile, fuori uso da troppo tempo a causa di un incidente ormai archiviato da tempo, forse mi sarei messa a scrivere ogni giorno, sul tavolino di un qualunque bar, di me, di Stella, di Laura e Luca, di Silvia e di persone che saltuariamente mi raccontano cosa le rende felici, malinconiche e diverse da quello che forse il mondo aveva immaginato dovessero essere.

Ma non l’ho fatto. Non ho scritto nulla di tutto questo e tanto meno altro. Non ho più scritto per tanto tempo. Non qui, almeno.

Oggi ho ripreso, in questa mezz’ora che tanto giusta non è poi stata, visto che è volata lasciandomi nel pieno di un testo carico di errori e ripetizioni. Ho ripreso in questa giornata di pioggia trattenuta da nuvole gonfie come palloncini; ho ripreso in questo pomeriggio che un po’ mi somiglia perché a rallentatore, seppur veloce. Minuti che adesso sembrano me; quella me che, quando vuole, seppur in piccoli spazi non fondamentali, tira fuori un’ancestrale voglia di raccontare tracce di vagabondi cuori residenti in un’ipotetica città.

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